C’eravamo Noi

Proprio così, c’eravamo noi, un’insieme di persone che si volevano un po’ di bene e di altre che si amavano ma non troppo, un’insieme di persone che formavano una micro società civile e mantenevano dei rapporti periferici ma costanti, apparentemente superflui.

E poi cosa è successo? Poi è arrivato quel brutto male che conosciamo tutti e allora ci siamo rintanai dentro le nostre case per mesi e mesi, tra i brevi intervalli di normalità e gli ormai digeriti coprifuoco, abbiamo trascorso l’ultimo anno e mezzo delle nostre vite. Gli amici e gli amori sono santi per noi, per carità, e allora abbiamo iniziato a videochiamarci e a condividere fra di noi di tutto e di più, dalle fettuccine alle nuotate con le mascherine.

E tutto quel mondo periferico, quella micro società civile piacevole e poco interessante dov’è finita? Dove siamo finiti? Si è estinta, morta e sepolta da un meteorite chiamato covid, vittima sacrificale della nostra frustrazione degna del migliore dei prigionieri. Abbiamo ucciso tutte quelle dinamiche frivole che ci univano al collega di lavoro vicino di stanza, all’amico di quartiere che si incontrava per caso 20 volte su 21, all’amica che poteva piacerti ma non troppo da dargli importanza in quarantena. Tutto finito, chiuso, devoluto in beneficenza ai legami forti, quelli che forse non sarebbero morti neanche volendo, quelli che restano i più importanti.

Involontariamente ci siamo chiusi nelle nostre cerchie massoniche fatte dei pochi ma buoni, impossibilitati a mantenere rapporti semplici fatti di gesti e casualità, di incontri e saluti in fila al bancone, di voglie superficiali e di sano opportunismo.

Personalmente credo che, tra le tante remissioni di questi mesi, abbiamo perso un frammento della nostra sensibilità e dell’amore per le cose marginali; abbiamo perso una serie di persone e cose poco importanti che sommate erano una buona parte del nostro oceano neurale, persone e cose che in fondo hanno sempre riempito di colori le nostre giornate.

Al momento però, il bianco e nero domina la nostra vista e la ricerca di una nuova normalità ci distrae dalle nostre maledette perdite.

Una Storia – Cinque anni

Era di domenica, c’eravamo noi e il mare, ridevamo immersi nelle acque blu. Poi, sempre quella domenica, c’eri tu e il male, mai come quella volta ti aveva sorpreso al risveglio, poi la notte. Sono passati cinque anni da quella notte a cavallo tra il 24 e il 25 luglio, cinque anni e io ancora non so dire se mi sembrino 5 giorni o 50 anni.

Come spesso accade, mi ritrovo davanti a questo foglio del nuovo millennio senza più parole da scrivere sebbene poco fa, in macchina, ne avessi veramente tante.

Mi soffermo spesso a pensare cosa ci sia rimasto dopo tutto questo tempo, cosa ci sia rimasto di te, di noi, di quello che eravamo e di quello che sognavamo prima di quella notte. A volte cerco di ricordare il timbro della tua voce, il suono delle tue risa e non ci riesco, allora mi arrabbio e mi sforzo fino a che un vago ricordo acustico resuscita nella mia mente calmandomi – Sei ancora qui.

Questi giorni, tra nervosi tutt altro che casuali e altre problematiche, ho pensato che tu eri il mio più grande punto debole. E’ vero, ho pensato che solo tu riuscivi a farmi saltare i nervi in tre secondi e a rimetterli a posto in due, solo tu riuscivi ad azzittirmi o meglio, io mi facevo azzittire solo da te. Eri il mio punto debole perchè per molti versi e molto tempo sei stato il mio esempio, il mio punto di arrivo, irraggiungibile per definizione. Ho pensato spesso che proprio per questi motivi mi porto dietro un peso e dei limiti con cui faccio i conti tutti i giorni e tutti i giorni lotto per cercare di abbatterli. Chissà se mai riuscirò a sbarazzarmene.

Non posso dirti che mi manchi come il primo anno, non posso neanche dirti che sto facendo tutto come tu mi hai insegnato. Posso dirti che sto andando per la mia strada cercando di sbagliare meno possibile e cercando di evitare quello che tu non sei riuscito ad evitare. Non posso dirti che ti assomiglio anche se ancora adesso mi piacerebbe un po’- ma diciamocelo, io e te non ci siamo mai assomigliati tanto.

Ora sono qui, nel tuo ufficio, uno dei posti dove ti ricordo con più piacere perchè era qui che si vedeva la tua anima. Non a casa, non al bar, non in vacanza, a lavoro sì, si vedeva bene. E noi tutti lo sapevamo e ci piaceva così, ci piaceva vederti sindacare e ridacchiare dietro quella scrivania gigante sempre ordinata e con pochi fogli perchè tu avevi sempre tutto in mente – Credetemi ci riusciva, cazzo se ci riusciva. Ci piaceva perfino il tuo modo di trasmettere ansia e carica per qualsiasi lavoro andasse fatto, dal più abitudinario al più innovativo.

Ricordo quanto mi ha fatto male vederti crollare in pochi giorni, vederti costretto in un habitat troppo lontano dal tuo spessore, vederti soffrire perchè non volevi che nessuno ti vedesse così. Di quella notte purtroppo ricordo ancora tutto, gli odori, i suoi, l’ansimare, il dolore, la speranza, tutto. Credo che se mai un giorno dovessi passare in quella corsia, davanti a quella porta, non esiterei un secondo a riconoscerla.

Quella notte io e mio fratello varcammo spesso quella porta, e ogni volta che entravamo e uscivamo eravamo un po’ più sfiniti. Offuscati dalla speranza che da quella stessa porta uscisse una bella notizia, addolcivamo la consapevolezza che quella paura vissuta per anni si stava materializzando davanti a noi.

Tutti hanno un punto di non ritorno, un punto di distacco, una discontinuità, una cuspide, tutti.

Quella sera, l’ultima volta che entrammo in quella porta eravamo due ragazzi stanchi e terrorizzati. Sempre quella stessa sera, l’ultima volta che entrammo in quella porta eravamo totalmente ignari che quei due ragazzi terrorizzati non sarebbero mai più usciti da lì.

Quella sera andammo a dormire bambini e ci svegliammo grandi.

Il frastuono delle scie

C’è qualcosa di strano nell’aria la domenica sera, è da tanto che osservo, che mi ascolto. Ora ne sono certo.

Più è stato bello e più l’aria della domenica sera assume un atmosfera particolare, da un lato è ancora carica per l’eccitazione delle ore passate, dall’altro è intrisa di malinconia.

La malinconia, una monotonia in queste righe.

Completamente sconnessa dai trascorsi recenti, una sensazione di tristezza si insedia in ogni respiro carico di belle sensazioni lasciate da questo week end, da quello prima e da quello prima ancora.

Come a ricordarti che è finito, che domani è lunedì, che questi due giorni di bellezza non saranno niente fra qualche anno, la malinconia tintinna lentamente i tuoi pensieri fino a palesarsi in immagini nitide, chiare, tristi.

Forse è solo che manca qualcosa, qualcuno.

Chi mi tormenta? Chi viene a scuotere i miei respiri la domenica sera? In fondo vorrei solo spalancare il petto e abbracciare tutta l’aria intorno a me.

Forse, qui dentro, c’è un pezzetto di cuore che annaspa in balia delle onde.

Uno sguardo nell’oasi dei sensi.

Io non mi sono innamorata di te, perché per innamorarmi avrei avuto bisogno di te. Io ti amo, perché per quello servo solo io, è una cosa mia.

Iniziò così quella strana, dolce fine. Ti dissi che non poteva funzionare e tu di risposta mi dicesti quelle parole inaspettate che mi uccisero dentro, una saetta dritta al petto. E allora capii quanto di bello c’era in te e al tempo stesso quanto distanza ci fosse tra noi, uno spazio incolmabile che ci aveva portato lì dopo un anno e poco più.

E’ stata l’unica fine che non avrei potuto immaginare. Ci abbiamo riso su, abbiamo bevuto forse troppo per arrabbiarci e piangere. Tutto questo tempo trascorso più o meno da soli, tra una quarantena e l’altra, tra Netflix e la cucina, tra il letto e il caffè da asporto, tutto questo tempo ci ha lasciato un’illusione di successo, ci ha lasciato per troppo tempo la speranza che se ce l’avessimo fatta saremmo stati la coppia perfetta, la coppia che aveva iniziato in salita per poi correre scanzonata tutta una vita in discesa fortificata dai tempi bui del Covid.

E invece non è andata così, la storia non si lascia mai fregare dalle nostre ipotesi e non accetta scommesse, la storia fa il bello e il cattivo tempo con le sue mille variabili, la storia conosce sempre un dettaglio in più dei suoi attori. E così ci siamo fatti fregare, la pandemia ha corroso lentamente le speranze lasciando spazio ad un silenzio sentimentale degno del più scuro degli abissi. Questo ragazzo qui ci ha creduto tanto in noi, era partito carico come non mai verso una meta lontana ma ben visibile. Questo ragazzo qui aveva una gran voglia di vivere con te. Eppure un giorno, sempre questo ragazzo qui, si è accorto che i sogni di ieri erano un po’ meno forti e che quell’unione non riusciva a mantenere quei sogni in alto, dove tutti i sogni dovrebbero stare.

E mentre ridevamo e scherzavamo, una tristezza infinita inquinava ogni nostra risata. Sono sicuro che la sentivi anche tu, forse più di me, perchè anche tu ci credevi in noi, lo so. Ricordo i momenti di silenzio in cui ci guardavamo, bambini.

Poi ridendo mi hai detto “teoricamente io e te potevamo essere perfetti” con quel tuo fare ingenuo, e io mi sono sentito triste e inerme, triste e inerme.

“Dai non andare!”

“Ma sono le 21.50 c’è il coprifuoco!”

“Chissenefrega, dai stiamo un po’ insieme, chissà quando ci rivedremo.”

“Non rompere le palle, aspettiamo le 5 di mattina insieme”

E così mi feci convincere a rimanere nella dolcezza di quell’epilogo , lontano dai pianti e dalle imprecazioni che avevamo vissuto nelle nostre esperienze passate, lontano dal mondo che conoscevo, in quell’oasi dove vivevano le persone come te, lontano dalla pesantezza degli esseri umani.

Non sono in grado di descriverlo, dopo un anno o poco più, in una sola serata, capii tutti i motivi che mi avevano portato a credere così tanto in noi e quelli che mi avevano portato a smettere di crederci. Fu come se una sola spiegazione avesse risposto a due domande opposte.

“Ma tu non hai voglia di baciarmi?”

Quella sera, solo quella sera, ci siamo amati tanto.

Una Manciata di Gloria

Tra le bozze annoiate e un poco stufe della loro incompletezza, valeva la pena elevare ciò che segue ad un mediocre manifesto dall’aria sconclusionata.

2 gennaio 2021

Iniziamo un’altra volta, per qualche giorno sogniamo quell’anno strepitoso che ci aspetta. Razionalmente parlando quel giorno non cambia niente, lo sappiamo tutti e allo stesso modo non ci pensiamo mai, anno dopo anno, neanche io ci penso mai per quella manciata di giorni a seguire. Il motivo è semplice, noi abbiamo bisogno di quel giorno, come del caffè la mattina.

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Trascorsi futuri

Perdersi nell’immensità di un’esistenza stupenda, passata, sicura.

Sorridere pensando ai miei occhi che guardano mille volte o forse più il mare.

L’aria umida di salsedine che ti attraversa la mente, sfiorando la serotonina che piano piano inizia la sua danza.

L’eccitazione di un futuro non scritto ma certamente vivo che sta lì ad aspettare la morte delle mie abitudini, possa dover aspettare anche tutta una vita.

La fretta di chiudere questo pezzo prima che l’entusiasmo per il futuro muoia dentro queste righe che sono già passate.

“Ma questa nostalgia non muore mai

Ha la pazienza dell’onda del mare.”

A mezzanotte scoprirai che ore sono

“Devi capire che quello che cerchi non esiste.

Tu non hai bisogno di niente, tu hai già tutto.”

Parole che rimbombano dentro uno spazio confuso, un residuo di vuoto nascosto in qualche angolo dentro di me. Passano minuti, ore, mentre cerco di dare un senso a quelle frasi pur sapendo che il senso è proprio lì davanti ai miei occhi.

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Leggerezze #6

Se sapesse quanto ho scritto di te
Mi farebbe un contratto il mio editore

Bloccato nel mio passato
Inizio a smaltirlo
Solo quando penso di essermene liberato
Impunito
Condiziona tutte le mie giornate
Diserbante della mia mente
Impunito
Si attacca alla vita
Rendendola sterile.


Matteo di notte stringe i denti
Li stringe per tutto l’amore che ha

Matteo di notte stringe i denti
Ha paura dei suoi sogni
Dei segreti che non riescono più a custodire.

Ho sognato che la vita andava avanti
Per tutti, non per me.

Ho sognato un mondo senza elettricità
Solo un ascensore funzionava.
Saliva,
E scendeva.

Dentro ai fili d’erba
Ho intravisto il mio destino
Tornerà a trovarmi
Come quando ero bambino


Una manciata di ore
Forse giorni
Tutti i punti di vista sono cambiati
Ancora una volta
Ci risiamo.
Fottuto dalla leggerezza più dolce che abbia mai incontrato.

“Oggi no.”
Lo leggo inebetito sulla mia tazza piena di bancha.
E allora oggi no.
Oggi voglio rimanere su queste sensazioni,
Oggi voglio cambiare le priorità.
Oggi le voglio qui.


Oggi ci provo.



Ma queste si sa, sono leggerezze.

Una Storia – Quattro Anni

Casa al mare, tramonto. Un birra rimediata nel frigo, una bella canzone, una sigaretta.

Un aquilone vola sul mare davanti a me, danza animato dalle mani felici di qualche bambino, probabilmente un padre lo sta guardando con quegli occhi unici che i padri hanno quando vedono il loro bimbo sorridere.

Guardateli, cercate lo sguardo di un papà che guarda suo figlio mentre corre scomposto le prime volte, mentre sorride, guardate negli occhi quell’esemplare di maschio adulto, vedrete l’amore. Continua a leggere “Una Storia – Quattro Anni”