Durante la tempesta

Quando la sento arrivare, quando inizia a piovere piano piano e l’aria è carica di tensione come se già sapesse, in quel momento io mi sento triste.

Durante la tempesta c’è qualcosa che turba la mia anima nelle sue viscere più profonde, che io sia al riparo oppure sotto la pioggia non c’è alcuna differenza. Non sono le gocce a scalfirmi.

Che sia una tempesta di neve o una tempesta tropicale, quando inizia a piovere un muro di ghiaccio si interpone fra di noi, lasciando intravedere il labbiale delle nostre parole ma impedendo alle emozioni viaggiare libere nell’aria.

Durante la tempesta siamo in guerra. In guerra non si fanno prigionieri, in questa guerra non ci sono mercenari e la pioggia battente lava via le nostre maschere costringendo ognuno di noi a riflettersi sugli specchi delle pozzanghere prima romperle con i nostri stivali.

E quando è giorno e la tempesta impera, la luce accentua tutto ciò che di più triste e crudele gira intorno a noi e sfreccia in balia del vento, caro amico di sempre.

Quando arriverà il vento… quello vero che spazza via le nuvole, quello che porta con se il profumo di terre lontane dove il sole splende già.

Io sono qui, sotto la pioggia, a scrutare le fronde degli alberi all’orizzonte nella speranza di vederlo – il vento – e iniziare a ridere fino a cadere sopra uno specchio che ormai non mi fa più paura.

Il Viaggio – Gambero

Postazione sempre più inusuale, ispirazione altalenante come questa onda di pensieri che fa avanti e indietro qui dentro.

Il mio viaggio continua, un po’ più silente forse, ma continua verso un traguardo non sempre nitido. Mi chiedo chi sto diventando, mi chiedo spesso se sto camminando in avanti o se sto diventando un gambero, strano essere che passa una vita ad inseguire il suo passato correndo contro il caos imperituro dell’universo. E me lo chiedo insieme a chi mi sta vicino, a chi cerca di darmi la sua parola cautamente, quasi avesse paura di convincermi – ma lo sguardo li tradisce sempre.

Sentirsi giovane ascoltando musica stupida, oppure ascoltare musica stupida per far finta di essere giovane. La musica è lo specchio dei miei stati d’animo.

E ora, stanco e assonnato da questo lunedì che sembra sempre di più un venerdì,

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Leggerezze #5

 

In questo tempo gli ottimisti sono come le mascherine, rari. Io che raro mi ci sono sentito poche volte, sono ottimista. Lo sono perché so che quella è la mia unica possibilità per non cadere nel vuoto pneumatico che piano piano sta conquistando ognuno di noi, tutti partecipanti di un gioco a cui non vogliamo giocare, un gioco degno di un libro di Chuck Palaniuk. Sono ottimista perché credo fermamente che sia un’atteggiamento migliore, anche se la delusione è sempre un po più amara.


In guerra, gli sciacalli e i traditori si fucilavano sul posto. Vi chiedo di non dimenticarli neanche questa volta – ché fucilarli non si può.
Non dimenticate chi vi vendeva le mascherine decuplicando il prezzo e scrollando le spalle davanti al vostro sguardo stupefatto, o chi non vendeva alcol per poi rivenderlo più in là a prezzi maggiori, chi fuggiva da una zona all’altra del paese seguendo un fantomatico spirito di sopravvivenza che chissà di cosa invece si è reso responsabile.  Non dimentichiamo la dirigenza che ha preferito far finta di niente in quei giorni determinanti, mossa dalla più banale fame di soldi e potere. Le azioni di quei giorni probabilmente hanno cambiato la storia d’Italia, in quei giorni avremmo (o avrebbero) potuto evitare di aggiungere una pagina orribile sui libri di storia che leggeranno i figli del futuro.
Non dimentichiamoli, dobbiamo avere ben fisso nella che mente che alla prima occasione ripeteranno nuovamente gli stessi errori.


Stanotte ti ho sognato, mi hai suggerito un’idea folle, dicevi che ti stavi informando e volevi provare a realizzarla in quel modo che avevi tu quando iniziavi a sviluppare un nuovo progetto, dicevi che se avresti avuto il tempo avresti provato a farcela. E io nella discussione cercavo di convincerti a rimanere, a non andartene, dicevo che ti avrei costruito una minimoto per sfrecciare tra gli operai , controllarmi e dirmi quello che dovevo fare, passo dopo passo. Insomma, in maniera ruffiana e sognante stavo chiedendo il tuo aiuto che, in questo periodo, mi farebbe tanto comodo.


Struscio la mia pelle appena rasata sulla tua sempre perfetta, un desiderio immenso di restare lì in quella posizione per ore rapisce il mio cuore distratto. Era solo una semplice guancia che accarezzava uno zigomo, eppure il mondo per un attimo è stato molto più bello.


Ma queste cose si sa, sono leggerezze.

 

 

33 – Cercasi Carica Diffusa

Eccomi qui, non avrei mai voluto scrivere un post su questo periodo storico che mi rifiuto di nominare. Non avrei mai voluto solo per la mia infantile voglia di essere alternativo, di distinguermi. Ma questa volta, a modo mio, voglio imprimere le mie sensazioni su questa odiosa fantacarta bianchissima.

Luogo insolito questo, sono nel tuo ufficio. Mi sono posizionato una piccola scrivania quasi difronte alla tua e da qui vedo tutto, anche il tuo gilet – che nel frattempo è rimasto lì dove lo lasciammo tempo fa. Vedo tutto da un’angolazione diversa, prima qui non ci si poteva sedere, sarebbe stato bello vederti lavorare un po’ da questa angolazione.

Dicevo, mi rifiuto di nominare questo periodo, di scrivere il nome imperiale che qualcuno ha deciso di dargli. Sì, perché tendenzialmente sono un ansioso e noi ansiosi in periodi come questo stiamo un po così, un po’ peggio di altre categorie diciamo.

Ricordo i giorni in cui è iniziato tutto, a cominciare dal primo, il mio compleanno. Continua a leggere “33 – Cercasi Carica Diffusa”

Riassunti ancestrali

Oggi sono andato a trovare una signora che da piccolo chiamavo tata. Non è mai stata una mia tata, non so da dove nacque quel nomignolo però nelle sporadiche volte in cui l’ho incontrata gli anni successivi ho continuato a chiamarla così.

Oggi sono andato a trovarla ma non so se lei mi abbia visto o sentito, purtroppo lei è ancora qui solo perchè un muscolo le batte sotto il petto Continua a leggere “Riassunti ancestrali”

Battaglie di mezzo inverno

Sembra che scrivere per te sia quasi un’urgenza, mi dicono.

Me lo chiedo per un po’ di giorni senza convincermene troppo, forse neanche ora che sto scrivendo in questo luogo anomalo, in un orario anomalo, ne sono convinto.

Sono quattro giorni che non dormo, quattro giorni che dormo poco. Sembra che di notte il mio subconscio si ribelli ai miei pensieri diurni cercando di contrastarli con tutti i suoi mezzi subdoli e violenti. Mi perseguita nel sonno, mi mostra realtà immaginarie che, se pur non esisteranno mai, lacerano le tele delle mie certezze e Continua a leggere “Battaglie di mezzo inverno”

Per Me

Viene quasi voglia di essere profetici – che farlo è sempre un rischio – un darsi la zappa sui piedi insomma.

Davanti a questo pezzo di carta del ventunesimo secolo, questa macchina da scrivere digitale, ho anche voglia di scrivere un pezzo per voi che siete passate. Un pezzo profetico, un pezzo del passato, non so perchè ma immagino in quale direzione andranno le mie parole. Continua a leggere “Per Me”

Io, me e il vuoto.

Andrò sempre lontano da questo corpo che bello ed elegante si fa spazio nel roteare perverso della terra.

Lontano da perdere di vista il mio Io e godermi il panorama da lontano, senza poterlo sfiorare neanche per un attimo. Maledetto da chissà quale passione che rimase spossata dalla mia gelida eleganza.

Siamo nel tempo delle torce dei cellulari accese durante i concerti, chè per le iqos non servono accendini. Continua a leggere “Io, me e il vuoto.”

Sensazione… andrò lontano

Come viene, come sempre.

Mancanze.

Mancanze ingoiate giù, che non tornino mai.

Pensieri.

Pensieri lungimiranti arrancano vicino la costa.

Libertà.

Libertà canaglia che tanto dà e tanto toglie ai poveri sciocchi che l’amano.

Tristezza.

Tristezza improvvisa attaccata come una sanguisuga alla vita che tutti avremmo voluto continuare.

Sensazione.

Sensazione indissolubile di potenza delirante, maldestra, maestosa.

Passato.

Passato remoto o presente, in tutti e due qualcosa spacca il cuore.

Illusione.

Illusione di aver perso una bellezza da togliere il fiato.

Passione.

Passione che non ti abbandona neanche nel gelido autunno che incombe.

Istinto.

Istinto primordiale, innato, inspiegabile, unico vero amore che non tradisce mai.

Entusiasmo.

Entusiasmo cosmico, nutrito da i miei geni più radicati che mai affosserò.

Come viene, come sempre.

Una Storia – 3 anni

3 anni fa oggi, 24 luglio 2016, ora, alle 21:20, ero seduto sulla sedia e guardavo una puntata della serie su Leonardo Da Vinci.

Ricordo benissimo la sensazione di guardare la televisione senza in realtà guardare nulla, senza capire un dialogo, senza ascoltare una parola. Ricordo il vuoto pneumatico della mia mente che cercava solo di non pensare, di non preoccuparsi, ricordo la mia tensione. Davanti a quella televisione imploravamo il tempo di accelerare e portarci alla notte e poi alla mattina dopo senza ricevere telefonate. Abbiamo implorato il tempo di essere veloce, di tirar fuori i suoi poteri e traghettarci alla nuova alba del 25 luglio senza nulla di interessante da vivere, senza nulla di bello o brutto da percorrere, senza corsie di ospedale. Di quella sera ricordo il silenzio dentro casa, ricordo la densità dell’aria, soffocante. Per la prima volta capii cosa fosse la speranza, capii che tipo di emozioni potesse suscitare, capii quanto potesse essere forte una speranza, un processo metafisico privo di fondamenti reali dotato di una potenza inspiegabile. Tutti l’abbiamo provata quella sera, potrei scommetterci. Potrei scommetterci, nessuno quella sera, una volta andati a casa, perse le speranze. Nemmeno mio fratello, il più razionale di noi, giovane e forzuto amico impassibile. Nemmeno mia madre sebbene ne avesse viste tante, donna di acciaio, nemmeno lei le perse.

Quella sera del 24 luglio non finimmo di vedere la puntata di Da Vinci.

Quella sera il tempo non ci aiutò.

Quella sera le speranze furono vane.

Quella notte ci ritrovammo vicini e soli, ognuno nel suo dramma personale.

Quella notte cambiò tutto, quella notte cambiai io.